Grande slam in Salento

di Silvio Smania

Nel versante sud della Puglia il Salento, con i suoi incredibili colori e risvolti storici che rievocano le vecchie conquiste da parte dei turchi che hanno segnato tagibili riferimenti del loro passaggio, rappresenta oltre ad un’ambitissima meta turistica anche un eccezionale itinerario per la pesca in mare. Parlare di Salento significa citare decine e decine di chilometri di costa che si estendono da San Cataldo, all’altezza di Lecce, fino a Porto Cesareo. Più precisamente la zona che abbiamo scelto per il nostro itinerario è riconducibile al tratto costiero compreso da Torre del Serpe a nord, così chiamata per la presenza di un’antica torre di roccia in cui si usavano fare riti coi rettili, fino alla località La Palascia a sud dove la presenza del faro è un chiaro punto di riferimento. Questo ultimo segna il lembo di terra più a est della nostra penisola, e durante le limpide giornate con il cialo terso è possiabe vedere con facilità, al di là del mare, i promontori della Grecia. Questa zona si trova esattamente nel punto di confine tra il Mar Ionio e l’Adriantico, in cui si crea un passaggio naturale dove tutti i branchi di pesci sono obbligati a transitare per gli spostamenti migratori dovuti sia a condizioni riproduttive che anco più di alimentazione. Infatti, al seguito degli enormi flussi di alici, si fanno vedere anche i predatori che si imbattono in spettacolari mangianze dandoci la possibilità di insidiarli con le esche artificiali. La cosa sorprendente, però, è che tutto questo avviene anche a poche decine di metri dalla costa permettendoci di impostare la nostra azione tecnica da riva con risultati strabilianti. Se teniamo conto della consueta piramide alimentare, possiamo incappare in pesci di tutte le taglie, chiaramente anche in base alla stagione; ad inseguire i branchi di alici vi sono aguglie, occhiate e lanzardi, a loro volta predati da barracuda, palamite, serra, lecce, ricciole e il maestoso tonno, alletterato nella dimensione più piccola e rosso nelle taglie più importanti. Non è da meno la spigola, anch’essa presente in questo tratto di mare sia in forma stanziale con taglie più grosse, che di passaggio e migrazione con pezzature decisamente più piccole.

 

Muoversi sulla scogliera

Impegnare la scogliera comporta sempre un altissimo livello di attenzione, infatti le condizioni di pesca da riva presentano molte particolarità e purtroppo la sicurezza degli spot viene spesso a mancare per zone anguste e a volte molto pericolose se non le si conosce perfettamente. Nel tratto costiero che abbiamo frequentato, la zona sicuramente più difficile è quella in prossimità del faro, La Palascia, in cui gli sperosi di scoglio presentano estremità appuntite e taglienti dove rischiamo addirittura di ferirci semplicemente appoggiando le mani energicamente. Giusto per rendere l’idea dai pescatori locali questa zona, in particolare, è chiamato “l’inferno”. Il primo input tassativo, dopo aver percorso il sentiero sterrato che dalla strada asfaltata ci porta appena sotto il faro, è di impegnare la scogliera con la massima attenzione spostandoci sulla roccia senza fretta e individuando dei buoni punti di appoggio dove puntare i piedi. In queste condizioni è consigliabile indossare delle pratiche scarpe sportive possibilmente non in tessuto ma in materiale sufficiantemete rigido, queste ci permetteranno infatti di muoverci facilmente e di avere un minimo cuscinetto elastico per la pianta dei piedi costantemente sollecitata alle difformità della roccia. Sono essenziali anche i pantaloni lunghi per proteggerci da eventuali contatti con gli scogli. Prima di iniziare l’azione di pesca sarà determinante individuare uno spot che abbia specifiche caratteristiche per garantirci stabilità ma allo stesso tempo anche praticità per recuperare e salpare eventuali prede allamate; soprattutto quando il mare è molto mosso e l’onda infrange sulla scogliera, la dislocazione dello spot è fondamentale perché dovrà permetterci di essere costantemente in sicurezza pur nelle condizioni di lanciare e recuperare l’artificiale. Questo è un aspetto molto importante anche per la successiva cattura, infatti è sufficiente un minimo contatto della lenza con gli speroni di roccia presenti e possiamo dire addio alla nostra preda per l’inevitabile rottura del filo.

 

Popper e jerk a tutta birra

Le tipologie di artificiale che ci porteremo appresso sono sostanzialmente due: jerkbait prima di tutto e in seconda battuta i popper, possibilmente con struttura plastica rinforzata e armatura in cobusto acciaio stagnato. In particolare i primi sono polivalenti è li possiamo utilizzare con successo in qualunque condizione, recuperandoli “allegramente” con nuoti sostenuti oppure alternando improvvise accelerazioni con riavvolgimenti normali. In ogli caso, rispetto allo spinning in acqua dolce, in mare tutto si muove molto rapidamente e noi dovremo fare la stessa coma col nostro jerk. Sceglieremo modelli galleggianti o affondante a seconda di dove si concentra l’attività di caccia dei predatori, in effetti se come riferimento abbiamo le mangianze, oppure anche il mare mosso, cercheremo di attivare l’artificiale degli strati d’acqua più superficiali. Diversamente, col mare piatto, scendere di pochi metri sotto la superficie potrebbe essere la soluzione migliore. Anche le dimensioni dell’artificiale sono molo importanti, tendenzialmente si utilizzano pesci esca dai 9-10 cm in su fino anche a 18-20 ma dobbiamo sempre osservare il piccolo foraggio, costituito per lo più da alici, di cui si cibano abitualmente i predatori. Non è infatti improbabile trovarsi di fronte a situazioni in cui è un artificiale da 7 centimetri a fare la differenza. Per quanto riguarda i colori dirottiamo la scelta sempre verso tonalità naturali, come la livrea dello sgombro, del muggine o semplicemente di sarde e alici, con fianchi argentei traslucidi e il dorso blu, grigio o verde sfumato. Tra questi il Crystal Minnow della Yo-Zuri e il Rudra della O.S.P. sono alcuni dei modelli più validi. Il porrer è un altro interessante artificiale per fare la pesca a top water, non tanto al tonno ma soprattutto a tutti gli altri predatori. Così come per il jerk, si recupera anch’esso animatamente e con forti accelerazioni per intensificare il disturbo in superficie dopo averlo proiettato a distanza con lunghi lanci. Indiscutibile la resa del Saltiga Popper che manifesta anche un ottimo controllo nelle sbadate laterali, ma altrettanto validi sono i popper della Yo-Zuri e della Smith.

 

I momenti migliori

Il mare sa essere tanto generoso quanto avido in fatto di catture, e anche se queste acque possono dare grandissime soddisfazione dobbiamo comunque sempre individuare i momenti migliori per lanciare i nostri artificiali. La condizione principe riconosciuta da ogni pescatore come l’apice dell’attivata dei predatori in mare, è la scaduta; essa si verifica dopo un forte movimento dovuto al moto ondoso, dove inizia pian piano a calmarsi. Le schiumate che si generano rappresentano delle favorevoli condizioni di caccia per i predatori che si portano sempre più vicino al sottocosta per cacciare le loro prede cogliendole di sorpresa. Un’altra condizione molto valida per pescare è quanto troviamo il mare mosso, il quale però determina una grande attenzione da riva poiché nelle critiche condizioni di appoggio in cui ci troveremo è fondamentale calcolare l’onda di arrivo per posizionarci in un punto più elevato. Particolare attenzione va rivolta anche al vento, infatti le migliori condizioni di pesca le riscontreremo con la tramontana o lo scirocco.

 

Alletterati come “treni”

Il tonno alletterato è senza dubbio la preda più ambita che i lanciatori a spinning possono catturare nel Salento; insidiarlo dalla scogliera con un’attrezzatura adeguata è incredibilmente emozionante perché la sua forza e la sua difesa non hanno paragoni. I periodi in cui questi tonnidi si concentrano di fronte alla coste salentine sono da aprile a giugno per le taglie più grosse, e da settembre a novembre per le piccole pezzature. Questa specie può raggiungere la ventina di chili di peso, anche se le catture più ricorrenti con la canna da spinning difficilmente oltrepassano i 10 kg per la difficoltà nel portarlo a riva. L’esca principe per questo pesce è il jerk, lo aggredisce con una violenza inaudita e non appena si sente allamato guadagna subito la distanza sbobinandoci un centinaio di metri di lenza come ridere. Da questo punto inizia il “tiro alla fune” che tanto più grosso sarà l’alletterato tanto più risulterà duraturo. Con i tonnidi non si scherza, un elemento fondamentale che dovremo osservare sono gli accessori degli artificiali come gli anelli di collegamento con le ancorette e le ancorette stesse. La forza che possiedono questi pesci è impressionante, dunque non andiamo per il sottile ma piuttosto sostituiamo le armature con modelli maggiorati e più robusti. Gli alletterati rispondo piuttosto bene a recuperi vivaci e non è impossibile assistere ad aggressioni dell’artificiale anche a due o tre metri dalla nostra posizione sulla scogliera. Capita sovente, mentre cerchiamo di insidiare questi pesci, di agganciare anche qualche palamita che condividono gli stessi branchi.

 

Barracuda al cambio di luce e agguerriti pesci serra

Il signore della notte, il barracuda, è presente in queste acque in grande abbondanza anche con taglie piuttosto grosse, oltre i dieci chili. Si pesca praticamente tutto l’anno e predilige entrare in caccia nel sottocosta dove le schiumate creano una buona turbolenza magari dove vi sia qualche piccola risacca che accentua comunque il fondale. Durante il giorno soprattutto i grossi esemplari stanno inabissati dove troviamo pareti che addondano a picco, e prediligono alzarsi dalle profondità al calare del sole fino alla mattina successiva in cui sorge nuovamente. Questo è il momento magico per insidiare sia con pesci esca che con i popper questo “super” predatore. Altrettanto numerosi e aggressivi sono anche i pesci serra, cacciano con modalità di gruppo vicinissimi alla costa e se incappiamo nel branco ne possiamo addirittura fare uno a lancio. Anche in questo caso le taglie sono disparate, con pesci che vanno dal chilo, chilo e mezzo fino oltre i 5-6 kg.

 

Lanzardi & Co.

Altre prede ricorrenti di queste acque sono i lanzardi e le occhiate che non si fanno alcun problema ad attaccare anche i generosi artificiali destinati a pesci ben più grossi e interessanti. Mentre i primi inseguono costantemente i branchi di alicette standosene ai margini da dove le attaccano, le occhiate sono invece più concentrate nel sottocosta ad una maggiore profondità, attaccando le loro prede dal basso e prendendole di sorpresa. Il periodo che interessa la cattura di queste specie va da aprile ad ottobre, e nelle giornate più favorevoli possiamo avvertire in canna anche qualche decina di attacchi.

 

Sua maestà la leccia

Un’altra ambitissima preda di passaggio in queste acque è la leccia, forte e robusta si presenta con le taglie più grosse da marzo a maggio, mentre nei mesi di settembre e ottobre questo tratto costiero si popola di numerosi esemplari di piccola taglia che si radunano in vasti branchi. Non appena agganciata compie dei rapidi passaggi prima verso destra e poi a sinistra, mostrando l’inconfondibile bagliore argenteo dei suoi fianchi che mette in mostra ponendosi trasversalmente alla direzione di recupero per aumentare la resistenza nel farsi trascinare verso di noi. Attacca senza remora gli stessi jerk presentati agli alletterati, e non disdegna i popper sempre lanciati a lunga distanza.

 

Spigole col freddo

Alla fine di dicembre, tendenzialmente in coincidenza col periodo natalizio e di fine anno, avviene un massiccio passaggio di spigole che si spostano in concomitanza al loro periodo riproduttivo. Solitamente non stiamo parlando di grosse taglie, ma tenuto conto dell’enorme quantità di capi il divertimento è assicurato con catture ripetitive utilizzando jerkbait non troppo grossi. Diversamente i grossi esemplari stanziali, e parliamo di pesci che superano anche i 5 chili, si catturano sulla scogliera durante i mesi di maggio, giugno e luglio con le mareggiate sia di giorno ma soprattutto di notte.

 

Nessun compromesso per l’attrezzatura

Uno degli aspetti più affasciananti della pesca in mare è la costante incognita della preda che possiamo agganciare ma soprattutto della taglia del pesce. Questo è sicuramente un importante monito che deve suggerirci di non lasciare nulla al caso nella preparazione dell’attrezzatura. Prima di tutto la canna, robusta, con una buona nervatura e sufficientemente leggera, da preferire nella socuzione monopezzo per non presentare punti deboli; la lunghezza potrà essere variabile, da poco più di due ad un massimo di tre metri anche in base alle nostre abitudini. Sicuramente pescando dalla scogliera sono da preferire attrezzi non eccessivamente corti per la conseguente difficoltà di gestione del recupero e della preda. La potenza di lancio è da preferire con un range di 50-80 grammi reali. Il mulinello dovrà essere almeno un 3500 o 4000, con robusti ingranaggi come i Daiwa e gli Shimano, un basso rapporto di recupero e una capiente bobina in grado di alloggiare almeno 200 metri di lenza, 0.35-0.40 se parliamo di nylon oppure 30-40 libbre se consideriamo il tracciato.

Pubblicato il 05/08/2015